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A chie no at fortuna, est de badas chi si peset chito.

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Di Sardegna Radio (del 29/04/2008 @ 17:24:53, in Sardegna Radio, linkato 309 volte)

Il festeggiamento de Sa Die de sa Sardigna mi ricolma di gioia. Ieri mattina appena sono uscito dal letto ho sentito immediatamente l'aria di festa. L'incontenibile gioia di sentirsi sardi, di avere una lingua speciale, una musica speciale, di essere nati in un'isola così fortunata.
La scelta del 28 aprile per festeggiare la sarditudine o qualcosa del genere è particolarmente azzeccata.
Si colloca tra il 25 aprile, giorno di festeggiamento per una liberazione significativa, quella dell'Italia dal nazifascismo e il primo maggio, festa dei lavoratori.
Le due belle feste degli italiani, liberi dalla dittatura, dalla violenza e liberi di lavorare in condizioni decorose.
Quando nel 1993, grazie a una delibera regionale, si decise di inserirla nel calendario, ci furono molte polemiche, soprattutto perché questo evento di liberazione, avvenuto nel 1794 è carico di contraddizioni.
Probabilmente la celebrazione di quella data a 200 anni di quello straordinario evento è veramente una giusta. Parlare di indipendenza, tre giorni dopo dalla data di liberazione nazionale, due settimane dopo queste ultime elezioni elettorali è forse una scelta strategica che paga.
Molti continuano a criticarla, ci sono feroci detrattori ma è comunque molto apprezzata dagli studenti che sono molto contenti di sentirsi sardi in una giornata di vacanza.
Già me li immagino, gli studenti delle superiori, riuniti in campagna assieme ai professori ad arrostire maialetti e a cantare in poesia.

Il Governatore della Regione ha dichiarato "Ricordiamo un giorno di ribellione dei sardi con l'intenzione di ricordare che anche oggi dobbiamo ribellarci con l'intelligenza, l'istruzione, la lingua".
Allora leggendo qui è la ho visto che Sa die de sa Sardigna è andata più o meno così: dopo la strenua resistenza contro lo sbarco delle truppe francesi, si proseguì con una serie di moti che coincisero con la cacciata, brevissima, dei Piemontesi dall'isola, che tornarono dopo qualche settimana reinstallandosi nell'inespugnabile castello di Cagliari.
Dunque il governatore ci invita a ribellarci con la testa, ci spinge a dar vita a una rivoluzione, di breve durata, ma comunque una rivoluzione.
Forse bisognerebbe scegliere una cosa più forte da festeggiare, una settimana di rivoluzione mi sembra poco.
Possiamo pensare di celebrare cose insolite della Sardegna, così per arricchire il panorama delle festività isolane.
Ad esempio possiamo fare un elogio dell'intelligenza dei sardi in momenti particolarmente cruciali della loro storia.
Si potrebbe festeggiare la data di installazione dei Petrolchimici a Porto Torres, Sarroch e delle fibre tessili ad Ottana, il volano di ricchezza che ci ha resi tutti più sardi, più ricchi, più belli.
Oppure festeggiare il giorno in cui si decise di concedere un po' più spazio ai poligoni militari, piuttosto che la cementificazione della Costa Smeralda.
Non sarebbe male stabilire una data per festeggiare il momento in cui i Sardi hanno iniziato a vergognarsi della loro cultura. Porre una data ipotetica, ad esempio "gli anni '70" per festeggiare il momento in cui i genitori hanno smesso di insegnare la lingua sarda ai propri figli.
Le cose da festeggiare sono tantissime.
Ad esempio si potrebbe trasformare Sa die de sa Sardigna in una festa della birra, in particolare di quella birra con l'etichetta rossa e bianca che ci ricorda che siamo sardi e che possiamo spendere il nostro stipendio acquistando un prodotto che ci rappresenta e che contribuisce sensibilmente all'arricchimento di una prestigiosa multinazionale olandese.
Ci sono tanti motivi per festeggiare. Non sarebbe male pensare una nuova data per festeggiare l'emigrazione su più livelli. Dai sardi che andarono nel nuovo mondo a cavallo del 'novecento, ai sardi che andarono a Charleroi oppure gli studenti che vanno a fare l'Università in continente per poi non tornare mai più. Anche quelli che vanno a fare i cuochi in Inghilterra o in Spagna.
Oppure sa die de sa Sardigna potrebbe ricordarci questi mesi di faide, dall'inizio dell'anno non si riesce nemmeno più a contare il numero degli omicidi. Donne, uomini, anziani, poeti...
A pensarci bene c'è poco da festeggiare, anzi dovremmo forse un po' vergognarci di queste manifestazioni pompose che riscattano per poche ore le lacerazioni e le sofferenze di un isola che probabilmente richiederebbe una riflessione più profonda sui veri problemi che affliggono la popolazione.

 
Di Sardegna Radio (del 25/03/2008 @ 16:45:32, in Sardegna Radio, linkato 613 volte)
Vi è piaciuta la prima parte del Radiospuntino? Avete idee o suggerimenti per migliorare la trasmissione? Siamo disponibili per realizzare nuove puntate. Avete uno spuntino ad alto contenuto musicale da proporci? Non esitate a contattarci.
 
Di Sardegna Radio (del 05/03/2008 @ 17:33:44, in Musica sarda, linkato 1623 volte)
Qui a Sardegna Radio la discussione è molto accesa. L’altra sera c’è stato uno scambio di vedute sulla musica sarda ed immediatamente ognuno si è sentito in dovere di difendere il suo punto di vista. C’è chi ha posizioni più radicali, proiettate verso i decenni passati. Chi invece è un incorreggibile campanilista: secondo lui la musica sarda è solo ed esclusivamente quella del suo paese d’origine.
La musica sarda è quella che ho conosciuto quando ero bambino. Si cantava in ogni momento. Ad esempio, quando mia nonna faceva il pane assieme alle vicine di casa cantavano sos muttos.”
La poesia diventava uno strumento di informazione, i versi ricorrenti “In sa piatza 'e Bosa” oppure “In su monte ‘e Gonare” apparentemente privi di una collocazione temporale, servivano per incatenare rime più attuali, che ovviamente commentavano i fatti del paese. Una ragazza che scappava di casa per inseguire un “poco di buono”. Oppure l’arrivo di un forestiero piombato in paese da chissà dove.” I muttos erano come la Radio, bastava passare vicino al forno di tzia Luigina e si era aggiornati su tutto.”
“Certo che il tuo concetto di musica è veramente antiquato!” - Risponde un altro - “adesso la Sardegna è una vera fucina di nuovi linguaggi. Possiamo vantare musicisti jazz di fama internazionale,  tantissimi gruppi rock, punk, ska e reggae di alto livello. La musica elettronica sta andando alla grande!” Effettivamente cosa ci vieta di considerare “musica sarda” anche tutto ciò che viene prodotto nell’isola?
Ci sono realtà veramente stimolanti!”
La questione è difficile da risolversi in poche righe. Se da una parte ci si impunta sul ritorno alle origini, dall’altra si spinge verso l’allargamento del concetto di tradizione tanto da includere l’intera isola, anzi l’intera comunità sarda sparsa per il mondo. Abbiamo l’onore di essere seguiti da sardi che vivono nei cinque continenti. È nostro dovere mostrare la complessità di ciò che accade oggi nell’isola senza imporre un solo punto di vista, ma di aprire la discussione alla libera circolazione delle idee. C’è chi ha lasciato la Sardegna trent’anni fa e vuole ricordarla così come l’ha lasciata. C’è anche chi è nato nella periferia “globalizzata” di una città, si sente sardo a tutti gli effetti ma il suo stile di vita e la sua maniera di guardare il mondo è completamente diversa da quella collegata alla cultura tradizionale.
Proviamo a pensare a Sardegna Radio come il vicolo del forno, dove c’è ancora chi racconta in poesia ciò che pensa del mondo e magari ha il nipote al piano di sopra che vuole fare il rapper e passa i pomeriggi creando nuove rime su una base ritmica generata dal computer. Magari rimaneggiando un vecchio disco di musica sarda.
 
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